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 Come se ti mancasse il cuore.

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Fabio Cinti

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Data d'iscrizione : 05.03.12

MessaggioTitolo: Come se ti mancasse il cuore.   Mar Mar 06, 2012 9:14 pm

Poi, che cos’è che mi fa vivere ancora, perché mi sembra di intravedere oltre, dietro lo sguardo dell’occhio sulle cose, in mezzo alla luce che gli dà la possibilità, mi sembra di vedere lo spazio piano e accogliente del bel niente immacolato, come un parcheggio dopo che hai girato mezza città e ti è venuta la stanchezza, che cos’è, dunque che mi fa stare qui a godere – considerando il godimento quello che è considerato godimento e basta, senza stare a fare troppe critiche dei giudizi e delle ragioni – delle cose e delle persone con tutto quello che ne consegue, mi domando, che cos’è che agita il mio spirito tanto da tollerare – l’ho già detto che tollerare è brutta cosa perché chi tollera sopporta, chi non tollera gli è indifferente l’oggetto e quindi lo accetta così com’è? – da tollerare l’aria tutto sommato allegra che offre questo pianeta, eh sì, perché io godo, ripeto, delle cose tristi, mi prendono di più, hanno il senso del ragionamento che una risata grossa grossa non ha, al risus abundat in oras stultorum non credo, ma quasi quasi, a volte, quando guardo certi ridere in un modo mi viene da crederci e la domanda s’è fatta tanto lunga che il punto interrogativo non serve più, che cos’è, perciò, che mi tiene qui a scrivere con l’aria da prete, di questo e di quello, con le suggestioni che mi genera questa musica, con l’idea che la maggior parte delle persone sia idiota, con l’idea che la maggior parte delle persone non sia curiosa, ma che ci vuoi fare?, con l’idea che è impossibile pensare che le cose si fanno per gli stupidi tanto ai colti li si accontenta in un altro modo, lascia stare, tu che capisci vai di là, lascialo parlare, lascialo cantare, che t’importa tanto tu sei meglio, e allora, se sono meglio, con te e quelli come te non ci voglio stare e con quelli che dicono lascia stare non ci voglio stare perché quelli come te sono la rovina, perché se fosse per me e quelli come me io davvero li lascerei stare quelli come te e gli stupidi che proteggi dai miei insulti, li lascerei alla loro idiozia finché arriverà il giorno che si estingueranno e prima di estinguersi non faranno più del male perché non saranno in grado più di accendere la televisione perché – a quelli nuovi – nessuno glielo avrà fatto vedere, mica come adesso che glielo si insegna perché ci fa comodo, se fosse per me, dicevo, e per quelli come me, ci sarebbe solo il ricordo della presa in giro che siete, ci sarebbe solo il ricordo delle produzioni dell’essere umano che stanno sotto gli standard di menti neolitiche, ci sarebbe solo il ricordo della fatica che si fa a crescere perché quelli come te e gli stupidi che proteggi dai miei insulti non fanno altro che rallentare e fermare qualunque sforzo delle persone che tentano di mettere il naso fuori dalla prigione che siete. Che cos’è che mi tiene qui, mi è sembrato di domandarmi e, contemporaneamente di sentire un fischio dalla parte sinistra, che cos’è se mi ritengo quello che mi ritengo – d’altra parte né più né meno di quello che mi ritengono gli altri – o –, a volte più, a volte meno, dipende dai casi e dalle situazioni – e questo vi porterebbe a pensare che io abbia un’opinione alta di me, il che non sarebbe né falso né vero ma totalmente indifferente, sarebbe solo una sorta di chiacchiera, un indizio falso, una trappola, e succede spesso perché alla gente come quella di sopra, la gente che dice che gli stupidi eccetera eccetera, non interessa tanto quello che c’è sotto le cose, si chiedono, se si può parlare abbondantemente di quello che c’è sopra, perché sforzarsi di alzare il sasso, si chiedono, pensa, e allora uno che parla a fare, uno che le fa a fare le cose se non ci deve mettere niente sotto, o forse è meglio che ci provi io pure a fare le cose tutte sopra, a mettere magari due sopra paralleli, affiancati, uno il sopra l’altro il sotto che metterei sopra, così gli stupidi sarebbero costretti a parlare – perché poi sono loro quelli che infine parlano tanto e fanno parlare tanto – di tutto quello che c’è sopra e parlerebbero però anche di quello che c’è sotto, sempre che, stupidi come sono non si soffermino sul sopra perché un pochino, noi lo sappiamo, più facile è, sennò sarebbero due sopra e basta, invece uno è sotto e uno sopra, e quelli va a finire che se ne accorgono e il sotto che sta sopra lo snobbano perché si accorgono che ci vuole troppo tempo per pararne e loro mica ce l’hanno tempo da perdere con queste cose da gente che vuole fare perdere tempo, tipo i sentimentalisti, tipo quelli che parlano difficile, i filosofi, tipo quelli che non ridono mai e se ridono uno mica li capisce perché ridono. Le cose che stanno sotto, se stanno sopra, non stanno più sotto. Ci sono cose lontane, ci sono suoni legati alle cose, a scale di cemento in un giorno che non ti ricordi se era d’estate o primavera, però ti ricordi l’anguria e il tavolo fuori, ci sono cose lontane che somigliano a cose vicine, tipo certi adii, certi addii, o certi momenti che vorresti non esserci, o esserci solo con la persona che capisce che non vorresti esserci, ci sono cose così lontane che mi domando se c’ero io quando c’erano loro, e vorrei tornare indietro, così tanto, tutte queste immagini ora mi commuovono di più e non trovo nella vita sufficiente forza che superi questo che ho dentro, trovo che niente abbia così tanto potere evocativo come quello che siamo stati per un momento solo e poi diventa ricordo, si cristallizza come quelle cose che si cristallizzano e poi sono così belle a vedersi, trovo che niente si possa confrontare con lo spazio siderale che c’è quando chiudo gli occhi e ascolto, vibro come i vetri dopo l’esplosione, scoloro come appena dopo la morte, sussulto come al freddo improvviso, brucio dalla vergogna, ti amo, sapessi che colore ha la mia memoria, ci sono cose cos’ lontane, il cielo alto che se alzi il bracco non ci arriverai mai, il mare che lo tocchi e è solo acqua, e pensi a come tutto si ripete, quante volte e certe cose restano stampate nella mia memoria che tu non sia di che colore è, sempre quelle giornate d’estate variate dall’accumulo degli anni, variate dalla memoria, e quando le rivivi variano ancora un po’, niente nomi, niente di niente, solo la curva, quello che ti ricordi ti basta, come se avessi gli occhi da tutte le parti e vibri e vibri, e allora mi domando se vivere non serva solo a questo, a godere poi così tanto di quello che ti manca come se ti mancasse il cuore.

Fabio Cinti
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