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 In bilico tra ironia e romanticismo (Terranews Giugno 2011)

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MessaggioTitolo: In bilico tra ironia e romanticismo (Terranews Giugno 2011)   Ven Ott 14, 2011 8:16 pm

MUSICA. Sotto l’ala protettiva di Morgan e sulle rotte del maestro Battiato, l’eclettico “L’esempio delle mele” di Fabio Cinti è uno dei dischi d’esordio più interessanti dell’anno. Ne discutiamo con il musicista che ha iniziato a collaborare con i colleghi della comunità milanese.

Come nasce il titolo suggestivo del tuo esordio: “L’esempio delle mele”?
Viene dalla frase di uno sconosciuto detta una sera a casa di amici. Raccontò un aneddoto divertente che si risolveva con questo misterioso “esempio delle mele”, come se dovessimo conoscerlo già tutti. Mi è tornato in mente, pensando al teatro dell’assurdo, a Ionesco. Un “esempio delle mele” è quello che tutti possono fare, inventandoselo, o attingendo da storia, letteratura, fiabe. L’eterogeneità dell’album si avvicinava a un esempio così generico o assurdo. Oppure così centrato. La suggestione è importante: non è necessario trovare sempre un perché. Una legge c’è sempre, ma non serve conoscere la legge di gravità per godere dello spettacolo delle cascate.

Quanto è stata decisiva la collaborazione con Morgan?
La mia carriera non è il risultato di richieste dirette. Mi sono sempre trovato in situazioni da cui poi ho potuto fare un passo avanti. Qualche anno fa ero molto schivo e non ero mai sicuro dei miei lavori. Poi le cose si sono concatenate e ho conosciuto delle persone, sincere, che mi hanno fatto crescere. Morgan è stato molto importante, naturalmente. Ho tratto molti insegnamenti dal suo mondo, dal live alla conoscenza della musica. Per certi versi ho anche capito cosa io non debba essere, proprio perché diverso da lui. Ha una personalità magnetica, che, a mio giudizio, se non avesse fatto tv, adesso sarebbe anche più influente.

Qual è il filo conduttore dei brani, tutti in bilico tra romanticismo e ironia?
Credo sia l’uso della voce. Ho scelto di cantare nel modo più naturale possibile, quasi sovrappensiero, togliendo ogni svolazzo melodico. Senz’altro romanticismo e ironia creano un legame, soprattutto nei testi. Mi ha sempre incuriosito la sottile linea che separa l’essere davvero romantico, come il gesto di regalare una margherita, e l’essere invece invadente perché si sbagliano i tempi. Su quella linea si gioca il rapporto quotidiano con le persone.

Un po’ come accade per “Waiting for my bear”, il tuo ultimo singolo.
Il suo senso è: nessun eterosessuale va da un suo amico a dirgli “Ciao, volevo dirti che sono etero”. Normalità e ovvietà della cosa renderebbero assurda questa dichiarazione. Non capisco perché tra i gay c’è ancora la moda dell’outing: essere gay è una caratteristica, uguale a tutte le altre, come i capelli biondi piuttosto che marroni. Partendo da questo, ho pensato di raccontare la dolcezza di un innamoramento e la scelta di un ragazzo gay, quello in gergo chiamato “bear”.

Molti colleghi ti accompagnano nell’esordio oltre a Morgan, da Massimo Martellotta dei Calibro 35 a Pasquale Panella, paroliere di Lucio Battisti.
Sono state collaborazioni preziose, indipendenti l’una dall’altra, tutte nate in modo diverso e “leggero”, senza l’impegno di qualcosa che “si deve fare”. Con Martellotta eravamo compagni di classe al liceo: un musicista incredibile il cui apporto, nel brano Amore Elettrico è stato risolutivo. Avere un testo di Panella poi è un onore: ero incredulo quando l’ho ricevuto, essendo un appassionato degli ultimi cinque dischi di Battisti. In un disco così, una presenza del genere è la cosiddetta ciliegina sulla torta.

Nell’album si sente l’influenza di Battiato. È tra i tuoi riferimenti?
Quando ero piccolo, a casa si ascoltavano le sue canzoni e mi portavano esattamente dove volevo andare. Così, quando ho cominciato a scrivere, volevo tornare in quei posti e scoprire parti emozionanti e sconosciute di me stesso. L’esempio delle mele è il mio primo album ed è naturale che contenga quei primordi. Battiato è un pilastro della musica italiana, soprattutto perché, diversamente dagli altri grandi, ha fondato un genere. Credo che continuerà a influenzare per un bel po’ e più di quanto non abbia fatto finora.

C’è una “Cuccuruccuccu Paloma” nel disco, ma non è quello di Battiato...
Mio padre aveva un disco di Caetano Veloso, contenente una versione che, quando la sentivo, mi ammutoliva i pensieri. Un giorno ho preso la chitarra e ho provato a cantarla nel bel mezzo di un concerto, accorgendomi che faceva quell’effetto anche a chi ascoltava. Mi fa molta tenerezza: mi ricorda mio padre e trovo sia un brano legato esclusivamente all’interpretazione, senza i paletti delle strutture armoniche, quindi assolutamente istintivo.

Come giudichi questo momento della musica italiana?
Sono molto severo sull’argomento: tutti i musicisti, e gli artisti in generale, vivono una fase di abbandono da parte dell’opinione pubblica e da chi si dovrebbe invece trarre sostentamento, cioè dallo Stato. La qualità dell’ascoltatore medio si è abbassata. Ho sentito dischi che contengono pezzi interi di canzoni straniere di qualche anno fa, camuffate alla bell’e meglio. Si dovrebbero conoscere di più i maestri e rispettare chi lavora dieci ore al giorno davanti a un monitor o a un mixer. Oggi l’Italia non è un posto dove vivere di musica. Siamo l’unico Paese dell’Unione europea in questo stato miserevole. Quello del musicista non è neanche considerato un lavoro. Posso dire che, avendo fatto molti altri lavori, questo è tra i più impegnativi, sia per resistenza fisica che mentale. Un Paese così non riconosce la propria bellezza.

Quali i prossimi impegni?
Sto iniziando a collaborare con colleghi della “comunità milanese”, soprattutto sul fronte live. Mi sto inoltre occupando seriamente di produrre ragazzi talentuosi e di scrivere per altri. L’alterità è una bella scoperta. L’ho già fatto per Giops, che uscirà in autunno con un album con tre miei brani. La prima cosa che mi deve colpire di una persona perché nasca una collaborazione è il suo legame col pavimento.


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