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 La felicità é una guerra improvvisa (go-bari.it Agosto 2011)

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MessaggioTitolo: La felicità é una guerra improvvisa (go-bari.it Agosto 2011)   Ven Ott 14, 2011 8:10 pm

Un cantautore delicato ma di struggente impatto emotivo, un vero e proprio rapsodo della musica, capace di racchiudere un intero mondo di sensazioni e pensieri all'interno di singole canzoni. Scoperto ed amato da Morgan, Fabio Cinti ha iniziato a farsi notare dal grande pubblico e dalla critica musicale, aprendo proprio i concerti dell'ex frontman dei Bluvertigo. Usciti nel 2011, sotto l'etichetta discografica Sounday, il disco "L'esempio delle mele" ed il singolo "Waiting for my bear" ci hanno particolarmente colpiti per la capacità mai forzata di Fabio Cinti nel saper raccontare la vita, in bilico tra ironia e riflessione.

In attesa di poterlo vedere presto dal vivo in Puglia, abbiamo avuto modo di scambiare un pò di chiacchiere in sua compagnia.





“L’esempio delle mele”, il tuo ultimo progetto, rivela una matrice ironica ed allegorica, scherzosamente umorale. C’è una storia che tiene le fila di tutte le canzoni e desideravi far arrivare a chi ti avrebbe poi ascoltato?

Molto prima di pubblicare L’Esempio delle Mele avevo molte idee, qualcuna si avvicinava anche al concept album ma poi ho deciso che con questo disco avrei potuto avere la possibilità di dire molte cose e diverse tra loro, da un punto di vista estetico sfruttando l’eterogeneità… Così ogni canzone non è una storia ma è come se fosse la riflessione rispetto a una storia. Dunque, ciò che tiene le fila è il mio sguardo laterale, come quello di un fotografo che appena si intravede nel riflesso di un vetro e dunque appartiene a quell’immagine che lui stesso immortala…



“Questo mondo fa rumore”, una riflessione a voce alta, quasi un flusso di coscienza, è una canzone che porta ad osservare la vita sotto una prospettiva diversa, la tua (e non solo), invitando indirettamente a farsi un’opinione. Sembra quasi tu sottilmente suggerisca di, a prescindere dall’eventuale giudizio negativo o positivo che sia, provare sempre e comunque ad analizzare in maniera critica il mondo che ci scorre accanto. Non subendolo.

Il tono della canzone è ironico e nell’ironia c’è sempre una lama molto affilata… Ci sono molte cose di questa società che proprio non sopporto e mi sembra che sempre più si tenda a considerare normali delle affermazioni di politici, giornalisti eccetera, di una cattiveria (e banalità) sconcertanti. Abbiamo un governo retrogrado, una televisione di stato imbarazzante, falsa, fuorviante e diseducativa. Ci sono in giro presunti artisti che pur di apparire, e pur di apparire sempre, fanno affermazioni stupide e indicative di un’ignoranza goffa e arrogante. Tutto questo viene scambiato per audacia, sfrontatezza d’artista, addirittura genio. La gente comune, come è noto, segue senza batter ciglio… Ma mi domando: dov’è la sincerità dell’intellettuale vero? dove sono gli artisti che dovrebbero essere il traino di una società? Dov’è la coerenza e la bontà di base che dovrebbe caratterizzare un uomo alla guida di uno Stato come il nostro? Sono domande semplici, qualcuno mi risponda. Avere l’opportunità di far sentire la propria opinione a molti o meglio ancora, avere in mano un potere, è un privilegio enorme. Usare questo privilegio per mezzucci personali, per la propria misera vita – seppure di nababbi – è schifoso e imperdonabile.



Da “creatore di musica e parole” (ma anche da semplice amante della musica) che differenza c’è, nel caso vi sia, tra l’ascoltare ed il sentire, tra il rumore ed il suono?

Bhe, tra l’ascoltare e il sentire c’è una differenza, appunto di sensibilità, di approfondimento. Quando qualcosa ti entra nelle ossa, ti permea, ti coinvolge e ti condiziona, allora la stiamo sentendo… Il suono, di fatto, è un rumore. E viceversa… Ci suono suoni orrendi e rumori che hanno una grazia. Ovvio che con l’accezione “rumore” tendiamo a indicare qualcosa che ci dà fastidio…



Vuoi raccontarci la tua prima reazione appena letto il testo de “Il punto di vista” di Pasquale Panella ed invece le emozioni che hai provato quando l’hai cantata la prima volta? Una canzone secondo me sull’amore, la sua evoluzione e anche sul senso ed il significato delle parole. Secondo te, invece?

Quando mi è arrivato quel testo l’ho letto più volte di seguito, cercando – come al solito in Panella – doppi, tripli, quadrupli significati. E così è stato… Ero molto contento e non vedevo l’ora di ascoltare cosa ne sarebbe venuto fuori. La prima scelta è stata quella di allontanarmi – per quanto possibile – dagli ultimi cinque splendidi dischi di Battisti (da Don Giovanni a Hegel) di cui Panella ha scritto tutti i testi. In quel periodo ascoltavo molto Bryan Ferry e così mi sono lasciato affascinare da quel tipo di scrittura… Quando ho finito ho provato un senso di estraneità, come mi trovassi di fronte la canzone di un altro, dunque ero sulla strada giusta… Quanto al senso del testo sì, si tratta di una canzone che oscilla tra il senso in sé e il senso dell’amore… Ma come la solito Panella sorprende per il suo modo “matrioska” di scrivere i testi…



Ne “La distrazione” descrivi la felicità come un carro armato. Che tipo di consapevolezza c’è dietro un tale verso, pensi sia possibile si tratti di una definizione in divenire?

Ci sono momenti in cui sento di avere una totale chiarezza intorno a me, sono attimi di splendore, solo pochi secondi in cui la percezione del mondo sembra sia del tutto reale. Poi si torna nella distrazione, in questa specie di trappola che siamo creati col tempo e dentro la quale viviamo, molto spesso inconsapevolmente. In questo senso la felicità è come un carro armato, è qualcosa che non riusciamo a sostenere, una guerra improvvisa. La vera felicità ci impedirebbe di vivere in un mondo così fatto, una persona felice cambierebbe le cose, le sue e quelle degli altri, le cambierebbe subito. Alla fine della canzone c’è una nuova consapevolezza, una specie di piccolo bagliore: avere una persona accanto che ti sa ascoltare.



Rarefatta e surreale l’atmosfera che siete riusciti a creare tu, Mauro Mazzetti e Danilo Lo Santo nel connubio tra testo e musica del brano “Eccessi”, a tratti cinematografica. Cosa vi ha ispirati a raccontare questa storia e permettimi un piccolo gioco, c’è un film nel quale vedresti bene “Eccessi” come colonna sonora?

Il testo di “Eccessi” , di Mazzetti, mi colpì perché mi sembrò fin da subito rappresentare la vita di Morgan. Scrissi la musica di getto facendomi totalmente ispirare dai soliti Pink Floyd, dal solito Bowie, ecc… soprattutto perché erano i grandi classici che hanno legato tutta quella generazione di cantanti e artisti proprio attorno allo stesso giro di Morgan. Sapevo che forse sarei andato incontro a qualche banalità ma non importava, l’importante era creare un’atmosfera psichedelica e decadente allo stesso tempo. Il testo era perfetto… In fase di arrangiamento Danilo Lo Santo ha aggiunto un riff di sintetizzatore che ha reso tutto un po’ più aggressivo, un apporto fondamentale. Di fatto poi, nella post produzione ci ha messo mano Morgan stesso, sovrapponendo alcuni suoni, cambiandone altri, insomma ha messo la sua evidente firma che, in un pezzo così, mi è sembrata perfetta. Credo sia uno dei migliori lavori fatti insieme.

Quanto al film vedrei bene questo brano in un film di Peter Greenway, per esempio "Drowning by Numbers".



E’ difficile non percepire quanto sia importante per te l’uso della parola, la misura nell’usarla e nel saperle cucire poi, tra loro. Quando ti sei innamorato della scrittura e della musica, c’è un ricordo nitido del quale puoi parlarci o è una relazione ancora in via di definizione?

Come tutte le buone relazioni è naturalmente – il mio rapporto con la scrittura – sempre in fase di trasformazione e definizione. Da giovanissimo sono stato sempre un voracissimo lettore, a volte timido, leggevo di nascosto perché mi ritrovavo sempre con una banda di amici scapestrati in paese, non molto dediti alla letteratura e non volevo fare il secchione del gruppo… Poi ho iniziato a scrivere: una professoressa del liceo scoprì in un quaderno dove controllava i compiti, una piccola composizione. Mi fece arrossire quando una giorno improvvisamente la lesse ad alta voce in classe. Lei mi incitò a continuare. E così tante altre persone che ho conosciuto e incontrato. Quanto alla musica… in casa c’è sempre stata… è una storia lunga, di un innamoramento fatto di conquiste, lotte, cadute, rinunce. Spesso la musica per me è come una casa, o una droga, o una padre e una madre o un amico. O un altro me, senza dubbio migliore.



Morgan, come anche l’immagine di Franco Battiato, sono state due figure per te per molto importanti, musicalmente parlando. C’è un artista con il quale vorresti sperimentare una collaborazione, apparentemente agli antipodi del tuo mondo di riferimento magari?

Mi sto confrontando con ragazzi più giovani di me e vedo che in certi casi ho ancora molto da imparare, in altri mi accorgo che più passa il tempo meno cura c’è nelle cose… Questo forse vale anche per me rispetto alla generazione più avanti della mia. Mi confronto spesso con quelli della mia stessa generazione, del mio stesso giro (come si dice), come Lele Battista, Megahertz, Luca Urbani… e mi sento vicino a loro per scelte e intenti anche se rispetto a loro è come se fossi una specie di vagone aggiunto, proveniente da un altro treno… Mi piacerebbe molto poter fare qualcosa con Ivano Fossati…



E poi c’è “Waiting for my bear”, dove emerge tutta la tua indole più irriverente. Raccontaci la genesi del tuo nuovo singolo.

Nonostante l’argomento sia un po’ fuori rotta… questo singolo è venuto fuori come tutti gli altri. Voglio dire che non ha un posto privilegiato solo perché parla di qualcosa che dovrebbe interessare di più. La scelta di metterlo fuori dal disco viene dal fatto che l’arrangiamento e il modello di scrittura erano molto distanti dalle canzoni che compongono l’album…

L’idea mi è venuta quando ho sentito l’esigenza di scrivere una canzone d’amore più diretta, dove non ci fossero allusioni, metafore. Allo stesso tempo non avevo intenzione di fare un vero coming out, il quale poi è naturalmente implicito, ero cioè più interessato alla cosa in sé, volevo parlare dei “bear”, di cosa mi piace, della dolcezza. Più volte ho fatto questo esempio: nessun eterosessuale viene a dirmi che, appunto, è un etero! Mi parla subito di chi gli piace, di una donna se è un uomo e viceversa. Non si preoccupa cioè di dirmi che è un essere umano con quattro arti, un naso, una bocca, due occhi e via discorrendo. Mi dice subito delle sue passioni. Ed è giusto che sia così… Ecco, gli omosessuali in generale hanno ancora l’esigenza di porre l’accento prima sulla loro natura e poi sulle loro scelte (forse). Non mi sento né migliore né peggiore, mi sento uguale agli altri a livello di umanità e di conseguenza non credo di dovermi giustificare o vergognare di qualcosa, nessuno dovrebbe farlo. Piuttosto dovrebbe vergognarsi chi giudica, chi non accetta, chi sopporta malamente, chi parla a sproposito, chi, in generale fa del male o ha un comportamento scorretto nei confronti di sé stesso e degli altri… Waiting for my bear è una canzoncina d’amore, tutto qua.



Prima di salutarci Fabio, c’è il verso di una canzone non tua che avresti voluto poter scrivere, in grado di rappresentare questo momento in particolare della tua vita?

Bhe, ce ne sarebbero tanti di versi… Sono state scritte cose molto belle e le più belle sono proprio quelle che quando le ascoltiamo sembrano nostre. In questo momento mi viene in mente l’inizio di “Parole che si dicono” di Fossati: “Quasi tutti hanno un sogno da inseguire. Io, invece, ho te: sei il meglio che ho, così niente mi fa male. Sarà il meglio che avrò camminare con te”.

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